Lezione 8 – ALTRE EMERGENZE MEDICHE
I Codici del Pronto Soccorso
Quando un paziente arriva al pronto soccorso, gli viene assegnato un codice rappresentato da un colore. I codici colore vengono assegnati duranti il triage, con cui si garantisce che l’accesso alle cure avvenga secondo criteri di priorità ed equità.
Per essere visitato, un paziente deve prima passare per l’accettazione, dove gli infermieri, a seconda delle condizioni, gli attribuiranno un codice che stabilisca la priorità di accesso alle cure tra i seguenti:
◾Codice 1 – Rosso: emergenza con priorità assoluta, ingresso immediato. Pazienti con grave compromissione di una o più funzioni vitali;
◾Codice 2 – Arancione: urgenza indifferibile, ingresso o rivalutazione infermieristica entro 15 minuti. Pazienti a rischio di rapida compromissione di una o più funzioni vitali o con dolore severo;
◾Codice 3 – Azzurro: urgenza differibile, ingresso o rivalutazione entro 60 minuti. Pazienti in condizioni stabili che necessitano di trattamento non immediato;
◾Codice 4 – Verde: urgenza minore, ingresso o rivalutazione entro 120 minuti. Pazienti in condizioni stabili, senza rischio evolutivo;
◾Codice 5 – Bianco: non urgenza, ingresso o rivalutazione entro 240 minuti. Pazienti con problemi che non richiedono trattamento urgente o di minima rilevanza clinica.
Ipotermia ed ipertermia
La cute è l’involucro continuo che riveste e protegge il corpo umano, ed è costituita dal tessuto epiteliale, l’epidermide, formato da strati di cellule che ricoprono le superfici corporee interne ed esterne. L’epidermide è composta da diversi strati e comprende gli annessi cutanei, tra cui peli, unghie, ghiandole sebacee e ghiandole sudoripare. Questi sono importanti nei processi di termoregolazione, poiché garantiscono la sudorazione. Altre cellule presenti nella cute sono i melanociti, che producono la melanina, responsabile del colorito della pelle. Sotto il tessuto cutaneo si trova il tessuto connettivo, dove vi sono i vasi sanguigni e linfatici.
Una delle funzioni principali della cute è la termoregolazione del corpo: la temperatura interna del corpo deve essere sempre costante per mantenere un’adeguata attività delle funzioni dell’organismo.
Le produzioni o le dispersioni di calore dipendono, oltre che da un’attività metabolica e muscolare, da principi come:
◾per conduzione: contatto diretto con fluidi od oggetti (corpo immerso in acqua);
◾per convezione: contatto diretto con fluidi in movimento (vento, acqua);
◾per irraggiamento: trasmissione per irradiazione con oggetti più freddi (corpo all’ombra);
◾per evaporazione: calore sottratto al corpo dai liquidi che evaporano dalla pelle.
ipotermia
Il raffreddamento del corpo a una temperatura inferiore ai 35° è definito ipotermia. Un corpo immerso in acqua si raffredda molto più velocemente rispetto all’esterno.
Le ipotermie possono essere classificate come:
◾Ipotermia lieve: (35°-34°): si attivano i meccanismi di termoregolazione del corpo per produrre calore. I sintomi sono brividi, tachicardia, respirazione accelerata, grande consumo energetico;
◾Ipotermia moderata: (34°-30°): si riconosce da sintomi quali esaurimento energetico, scomparsa dei brividi, diminuzione dello stato di vigilanza, respirazione molto rallentata, bradicardia;
◾Ipotermia severa/grave (meno di 30°): inizia il congelamento del corpo. I sintomi tipici sono coma, arresto respiratorio, aritmie fino alla fibrillazione cardiaca.
Cosa fare?
Chiamare l’1.1.2., arrestare la dispersione di calore e allontanare il soggetto dalla zona che ha provocato l’ipotermia.
Se è cosciente, in caso di ipotermia lieve riscaldare il corpo e dare liquidi caldi da bere, mentre nei casi di ipotermia moderata o severa, riscaldare prima il tronco.
Non sollevare gli arti inferiori, poiché il sangue più freddo che vi ristagna potrebbe arrivare al cuore e generare un arresto cardiaco.
Se non è cosciente, iniziare le procedure di B.L.S.
IPERTERMIA
L’aumento della temperatura corporea al di sopra del fabbisogno dell’organismo è detta ipertermia, e provoca dei disturbi nei meccanismi di termoregolazione.
In ordine crescente di gravità abbiamo:
◾Crampi da calore: durante un’attività fisica intensa con un’alta temperatura ambientale, un’elevata sudorazione (perdita acqua e sali) e nessuna reintegrazione di liquidi possono provocare dei crampi muscolari. Intervenire curando il crampo e idratando il soggetto con acqua. Se i crampi persistono, chiamare l’1.1.2.
◾Sincope da calore: una massiccia perdita di sali e un’eccessiva sudorazione causano lo svenimento dell’infortunato. Allontanare l’infortunato dall’ambiente caldo, alzargli le gambe e, se necessario, chiamare l’1.1.2.
◾Colpo di sole: eccessiva sudorazione dovuta ai raggi del sole. I sintomi sono nausea, disturbi visivi, vertigini, tachicardia. Portare l’infortunato in un ambiente fresco e all’ombra. Se è cosciente, tenerlo in posizione seduta, dargli da bere dell’acqua e fare delle spugnature d’acqua specialmente sulle zone colpite dal sole. Se ritenuto necessario, è possibile chiamare l’1.1.2.
◾Colpo di calore: aumento della temperatura corporea che può superare i 41° con arresto della sudorazione e conseguente aumento della pressione e alterazioni dello stato di coscienza. Chiamare l’1.1.2., mettere l’infortunato in posizione supina in un luogo fresco e togliergli gli abiti. Avvolgerlo con panni bagnati e, se si dispone di ghiaccio, metterlo ai lati del collo oppure sotto le ascelle, ai polsi, alle caviglie, all’inguine. Tenere sotto controllo i parametri vitali nell’attesa dei soccorsi.
Infarto Miocardico Acuto
L’infarto miocardico acuto è una condizione patologica in cui alcune cellule del muscolo cardiaco muoiono per mancato apporto di ossigeno a causa di un restringimento o occlusione di un’arteria coronaria. I sintomi possono essere:
◾dolore toracico sul lato sinistro, oppressione toracica;
◾intorpidimento, formicolio, dolore agli arti superiori, specialmente quello sinistro;
◾dolore alla mascella, mandibola, al dorso e parte superiore dell’addome;
◾respiro breve;
◾nausea, vomito, tremore, sudorazione fredda, vertigini;
◾sensazione di morte imminente.
Tuttavia, esistono anche casi di infarto miocardico asintomatico.
Cosa fare?
Chiamare l’1.1.2. e comunicare l’ora dell’esordio, se è la prima volta che accade, se il soggetto ha altre malattie, assume farmaci o se ha subito interventi chirurgici recentemente. Una chiamata tempestiva permette di fornire al paziente un trattamento medico specializzato immediato.
Se cosciente, mettere l’infortunato seduto o supino, tranquillizzarlo e cercare di muoverlo il meno possibile. Controllare i parametri vitali e, se possibile, somministrare ossigeno. Se diventa incosciente, seguire le procedure di B.L.S.
Ictus
L’ictus è un difetto neurologico causato da un’alterazione del flusso sanguigno che rifornisce una parte del cervello: il mancato o ridotto afflusso di sangue provoca un infarto cerebrale. Quando l’arteria si occlude, viene definito ictus ischemico, mentre quando questa si rompe è detto ictus emorragico. I sintomi possono essere:
◾forte mal di testa, vertigini, confusione;
◾alterazione della coscienza fino alla perdita totale;
◾improvvisa incapacità di parlare o di farlo correttamente (disartria);
◾incapacità di muovere gli arti di un lato del corpo (ipostenia);
◾convulsioni (quando il danno/lesione si estende ai tessuti più profondi, come muscoli o ossa).
Nei casi più gravi, possono presentarsi ulteriori sintomi legati alle aree del cervello colpite dall’ictus, come paresi di uno o più segmenti corporei (nel lato opposto alla zona cerebrale danneggiata), riduzione del campo visivo o coma.
Cosa fare?
Osservare se la bocca dell’infortunato è deviata verso un lato, se avverte insensibilità o forza diversa agli arti e se parla in modo corretto. Chiamare l’1.1.2. e comunicare l’ora dell’esordio, se è la prima volta che accade, se il soggetto ha altre malattie, assume farmaci o se ha subito interventi chirurgici recentemente.
Mettere il paziente in posizione supina o con il tronco leggermente sollevato, controllare i parametri vitali e neurologici e, se possibile, somministrare ossigeno. Non somministrare liquidi o farmaci.
Edema Polmonare Acuto
L’edema polmonare acuto è una grave condizione determinata dall’accumulo di liquido nel tessuto interstiziale e negli alveoli polmonari che riduce drasticamente la capacità di scambio dei gas respiratori e rende estremamente difficoltosa la respirazione. Può essere causato da:
◾aumento della pressione venosa o arteriosa nei polmoni: a seguito di uno scompenso cardiaco, si genera un aumento della pressione capillare che porta ad uno spostamento di liquidi nell’interstizio e negli alveoli;
◾diminuzione della pressione del plasma per mancanza di proteine;
◾agenti esterni che provocano un’alterazione delle membrane protettive degli alveoli (come polmoniti o inalazioni di sostanze irritanti o vapori);
◾allagamento polmonare a seguito di un annegamento in acqua salata.
Alcuni sintomi tipici di un edema polmonare sono dispnea respiratoria, sudorazione eccessiva, cianosi e tosse.
Cosa fare?
Chiamare immediatamente l’1.1.2. descrivendo i sintomi del paziente, poiché l’edema può essere curato solo tramite la somministrazione di farmaci specifici come la morfina.
Nell’attesa dei soccorsi, mettere l’infortunato in posizione semiseduta (se cosciente) e controllare i suoi parametri vitali.
Attacco Epilettico
L’epilessia è una condizione neurologica (in alcuni casi definita cronica o transitoria) caratterizzata da ricorrenti e improvvisi violenti movimenti convulsivi dei muscoli, detti crisi epilettiche, con improvvisa perdita della coscienza. Questi eventi possono avere una durata molto breve, tanto da passare quasi inosservati, fino a prolungarsi per lungo tempo.
I movimenti muscolari sono solitamente controllati dal nostro sistema nervoso. Ciò non avviene per effetto di traumi, infezioni, droghe o farmaci che, agendo sul sistema nervoso, danno luogo alle crisi epilettiche.
Una crisi epilettica attraversa tre fasi:
1. Fase tonica: l’infortunato perde coscienza, ha le mani chiuse a pugno, i suoi muscoli si contraggono, la respirazione può interrompersi, le labbra diventano cianotiche (durata di circa 30 secondi);
2. Fase clonica: iniziano le convulsioni muscolari violente e ritmiche, l’infortunato può emettere schiuma e bava dalla bocca e può diventare cianotico (dura da 1 a 5 minuti, termina con una inspirazione profonda);
3. Fase di risoluzione: il paziente è in stato confusionale, le contrazioni si interrompono, il respiro torna a normalizzarsi, la coscienza riprende gradualmente (di durata variabile, da qualche minuto ad un’ora).
Cosa fare?
Non farsi prendere dal panico e cercare di mantenere la calma, tenendo presente che, durante lo svolgimento della crisi, la persona non prova dolore e, salvo rari casi, la crisi termina spontaneamente in media dopo 1 o 2 minuti. Fare allontanare eventuali persone intorno per evitare l’affollamento.
Chiamare l’1.1.2. descrivendo all’operatore quello che accade, cercare di limitare i movimenti della testa e spostare eventuali oggetti che possono provocare lesioni all’infortunato. Mettere accanto alla sua testa una coperta o un indumento arrotolato per proteggerla da eventuali traumi. Non mettere nulla sotto la sua testa: la flessione del capo, infatti, potrebbe compromettere la respirazione. Per evitare l’automorsicatura della lingua, è possibile interporre oggetti morbidi fra i denti, come un fazzoletto piegato più volte.
Durante lo stato convulsivo, se possibile, mettere in posizione laterale di sicurezza l’infortunato, e in fase di risoluzione controllare i parametri vitali. Non cercare di svegliarlo e non somministrare liquidi.
Rimanere accanto alla persona sino alla spontanea conclusione della crisi e alla piena ripresa della coscienza. Al termine della crisi il soggetto di solito è molto stanco e confuso, quindi bisognerà parlargli in modo calmo e gentile per consentirgli di orientarsi nell’ambiente circostante con i dovuti tempi e rialzarsi quando avrà ripreso a pieno le proprie forze.
Diabete
Il diabete è una patologia che non consente all’organismo di metabolizzare in maniera corretta il glucosio, derivato dagli zuccheri complessi, perché il corpo ha una scarsa disponibilità di insulina, ormone di natura proteica prodotto dal pancreas. I soggetti più a rischio sono specialmente persone obese o che hanno una ridotta attività muscolare.
Nella maggior parte dei casi, i pazienti affetti da diabete seguono una terapia specifica con un trattamento di farmaci indicato da uno specialista. Tuttavia, potrebbero presentarsi situazioni di emergenza quando insorgono crisi di iperglicemia o ipoglicemia.
Con iperglicemia si intende un aumento improvviso del tasso di glucosio presente nel sangue. Sintomi dell’iperglicemia sono sete, diuresi abbondante, vomito e mancanza di fame.
L’ipoglicemia è invece il fenomeno opposto, ossia valori di glicemia nel sangue molto bassi. Alcune caratteristiche tipiche dell’ipoglicemia sono irrequietezza, fame e sudorazione eccessiva.
In entrambi i casi, qualora il soggetto dovesse perdere coscienza, può addirittura entrare in uno stato di coma, perciò è fondamentale intervenire in maniera tempestiva.
Un rimedio efficace a una crisi iperglicemica è la penna da insulina, composta da una cartuccia e un ago, che permette di iniettare facilmente l’insulina necessaria. Esiste in formato ricaricabile o pre-riempito monouso. Le insuline rapide hanno una durata di 2-6 ore (a seconda del produttore e del metabolismo della persona), le miste di circa 12 ore e le insuline lente di circa 24 ore.
Le iniezioni delle penne da insulina sono sottocutanee, vale a dire che l’insulina viene iniettata direttamente sotto pelle e non nei muscoli o in vena, ed erogano una quantità maggiore di insulina in una volta sola.
Cosa fare?
Nel caso in cui il paziente sia cosciente ed abbia una crisi iperglicemica, bisogna rassicurarlo e metterlo in posizione semiseduta. Fornirgli, se a disposizione, la penna per l’iniezione di insulina ed assisterlo nell’utilizzo.
In caso di ipoglicemia lieve o moderata, quindi con paziente cosciente, assumere 15-20 grammi di zucchero a rapido assorbimento come 2 bustine o zollette di zucchero; 125 ml di una bibita zuccherata o di un succo di frutta; un cucchiaio di miele. Controllare la glicemia dopo un quarto d’ora.
Se il soggetto ne è provvisto, utilizzare lo stick per il dosaggio della glicemia periferica. Si consiglia comunque di allertare l’1.1.2. o di ascoltare un parere medico prima di considerare il paziente fuori pericolo.
Qualora dovesse diventare incosciente, iniziare le procedure di B.L.S.
Lipotimia
La lipotimia è una sensazione di improvvisa debolezza che non comporta la completa perdita della coscienza.
Nella lipotimia si ha una transitoria ridotta ossigenazione del cervello, in genere per un abbassamento della pressione arteriosa o della frequenza cardiaca. La causa può essere dovuta alla stanchezza, al calore eccessivo, ad una scarsa o cattiva ossigenazione nell’ambiente, ad emorragie, ustioni, traumi fisici o emotivi o ad un basso tasso di zuccheri nel sangue (ipoglicemia).
La lipotimia è caratterizzata da segnali premonitori quali pallore, sudore freddo, bradicardia, appannamento della vista, vertigini e nausea, che vanno ad aggravarsi fino alla breve perdita di coscienza.
Cosa fare?
Alzare le gambe dell’infortunato e slacciare o sbottonare eventuali vestiti e/o cinte. Chiedere alla persona se può prendere acqua e zucchero: in caso non possa farlo o non sia in grado di rispondere, dare da bere solo dell’acqua.
Se nel giro di pochi minuti la persona non dà segni di ripresa, chiamare l’1.1.2.
Sincope
La sincope è una perdita di coscienza transitoria a insorgenza rapida e a risoluzione spontanea. Può essere causata dalle stesse condizioni della lipotimia.
Il soggetto colpito da una sincope ha un’improvvisa debolezza muscolare che gli impedisce di mantenere la posizione eretta, spesso a causa di un’ipossia cerebrale acuta.
Cosa fare?
Chiamare l’1.1.2. e seguire le procedure di B.L.S.
Lo Shock
Lo stato di shock è una condizione causata da un ridotto apporto di sangue a livello tissutale che genera uno squilibrio fra la disponibilità di ossigeno e la quantità di cui ne necessita l’organismo. In particolare, lo shock si verifica quando diversi distretti del corpo non ricevono un’ossigenazione sufficiente fino a compromettere alcune funzioni degli organi vitali.
Al contrario del coma, che rappresenta una grave compromissione cerebrale con una totale assenza di risposta a qualsiasi stimolo, un paziente in caso di shock è in grado di rispondere agli stimoli esterni (ad esempio, quelli dolorosi). Sintomi tipici dello shock sono pallore, tremori, sudorazione fredda, sete, respirazione rapida.
Esistono diverse tipologie di shock:
◾shock ipovolemico: riduzione del volume di sangue in circolo, spesso come segnale di una grave emorragia interna;
◾shock cardiogeno: il cuore non riesce a pompare adeguatamente il sangue nel sistema circolatorio;
◾shock neurogeno: vasodilatazione collegata ad eventi neurologici;
◾shock traumatico: come conseguenza ad un trauma severo;
◾shock settico: a seguito di una grave infezione;
◾shock anafilattico: causato da una grave reazione allergica in soggetti sensibili.
Cosa fare?
Chiamare l’1.1.2. Mettere il soggetto in posizione supina e sollevargli le gambe.
Rimuovere eventuali indumenti stretti o allentarli. Se disponibile, coprire il paziente con una coperta o simili per ridurre la termo dispersione.
Lesioni Oculari
Gli occhi sono organi piuttosto delicati spesso esposti ai rischi di conseguenze traumatiche, anche se la collocazione dei bulbi oculari all’interno delle cavità orbitarie, resistente apparato osseo, li protegge in buona parte dagli eventi esterni, così come le palpebre assicurano uno schermo contro diversi agenti potenzialmente lesivi chiudendosi rapidamente per evitare l’ingresso di corpi estranei.
Grazie a queste caratteristiche protettive, molte lesioni oculari possono non interessare o non danneggiare gravemente il bulbo oculare. Tuttavia, alcune lesioni agli occhi, come le lacerazioni profonde o il sanguinamento all’interno dell’occhio, necessitano di cure o di interventi chirurgici immediati per evitare danni oculari permanenti, che potrebbero causare la perdita della vista. In rari casi, si può perdere completamente la vista o è necessaria l’asportazione dell’occhio.
Le cause più comuni di lesione oculare comprendono gli incidenti domestici o industriali (ad esempio l’uso di un martello, di sostanze chimiche liquide o di detergenti), le aggressioni, i traumi sportivi (fra cui le lesioni da armi ad aria compressa o che sparano pallini di vernice) e gli incidenti stradali (incluse le lesioni dovute agli airbag). L’esposizione a una forte luce ultravioletta, ad esempio da un cannello per saldature o dai riflessi del sole sulla neve, può lesionare la cornea.
I sintomi del trauma oculare possono variare molto a seconda del tipo di lesione e delle cause e possono verificarsi immediatamente o dopo qualche giorno dall’incidente. Si possono manifestare:
◾dolore e rigonfiamento, sensibilità al tocco, arrossamenti o lividi;
◾difficoltà a muovere l’occhio o cambiamenti di aspetto, con comparsa di strabismo o pupille di dimensioni diverse;
◾sanguinamento dei capillari interni nell’occhio, con arrossamento diffuso, oppure limitato a puntini sparsi;
◾cambiamenti nella visione, visione offuscata o doppia.
Cosa fare?
Chiamare l’1.1.2. o recarsi in pronto soccorso, anche se non vengono avvertiti particolari sintomi. In attesa di un soccorso avanzato, possono essere adottate alcune misure di primo soccorso:
◾Se l’occhio è entrato in contatto con prodotti chimici come saponi, detersivi o acidi, o con sostanze tossiche, o presenta un corpo esterno mobile (granelli di sabbia, insetto), risciacquare e lavare con acqua fredda corrente. Durante il risciacquo è necessario tenere l’occhio ben aperto e far fluire l’acqua sul bulbo per almeno 20 minuti, controllando che il getto non sia troppo forte. È possibile anche appoggiare sull’occhio una garza umida e fredda oppure un impacco di ghiaccio, l’importante è che non venga strofinato.
◾In caso di contusioni palpebrali (il cosiddetto “occhio nero”) è consigliato applicare ghiaccio per le prime 24h-48h, per scongiurare la formazione di edema (gonfiore).
◾Se l’occhio ha subito graffi o abrasioni derivanti da un colpo all’occhio o dallo sfregamento in presenza di un corpo estraneo, tenere l’occhio chiuso e coprirlo con una coppetta di carta senza esercitare pressione o bendarlo.
◾Se un corpo estraneo penetra nell’occhio, non tentare di rimuovere l’oggetto da soli o di strofinare l’occhio, perché si potrebbero causare danni peggiori.
Le Ustioni
Un’ustione è una lesione della pelle causata dall’esposizione della pelle stessa a fonti termiche come fuoco e liquidi caldi, sostanze chimiche come acidi forti, sorgenti elettriche come corrente elettrica ad alta tensione o fulmini, sorgenti di radiazioni come esposizione prolungata ai raggi ultravioletti come quelli provenienti dal sole, dalle cabine abbronzanti o da processi di saldatura, o da radiazioni ionizzanti come nel caso della radioterapia, dei raggi X o di un fallout radioattivo.
L’esposizione al sole rappresenta la causa più comune di ustione superficiale da radiazione.
Le ustioni sono definite:
◾ustioni superficiali o di primo grado: quando il danno/lesione interessa solo il primo strato di pelle;
◾ustioni a spessore parziale o di secondo grado: quando il danno/lesione penetra in alcuni degli strati sottostanti;
◾ustioni a tutto spessore o di terzo grado: quando il danno/lesione coinvolge tutti gli strati della cute;
◾ustioni di quarto grado: quando il danno/lesione si estende ai tessuti più profondi come muscoli o ossa.
Per calcolare la dimensione della superficie corporea colpita da ustioni, si utilizza la Regola di Wallace o Regola del 9. Questa suddivide il corpo in sezioni, ed ha lo scopo di capire se si tratta di ustioni di piccola o grande entità o anche di ustioni potenzialmente mortali. Ad ogni zona del corpo viene attribuito un valore preciso:
◾Testa e collo: 9%
◾Braccia: 9% ciascuna
◾Parte anteriore e posteriore del tronco: 18% ciascuna
◾Gambe: 18% ciascuna
◾Zona genitale: 1%
Cosa fare?
◾In caso di ustioni superficiali o di primo grado, raffreddare la parte lesa con acqua fredda per diversi minuti per permette di limitare i danni e combattere, almeno parzialmente, il dolore. Evitare l’impiego di sostanze oleose come albume d’uovo, patate o simili.
◾In caso di ustione a spessore parziale o di secondo grado, raffreddare la parte lesa con acqua e valutare la percentuale di superficie corporea interessata dalla lesione. In caso di ustione estesa, chiamare l’1.1.2., non bucare le vesciche formatesi (richiedono uno specifico intervento medico), medicare con garza sterile e non disinfettare né applicare pomate, sostanze oleose o altro.
◾In caso di ustione a tutto spessore o di terzo grado, chiamare l’1.1.2. e coprire le lesioni con teli sterili e bagnati senza applicare nessun tipo di disinfettante o pomata. Se possibile, togliere all’infortunato anelli, orologi e indumenti stretti, prima che la zona ustionata cominci a gonfiarsi. Non tentare assolutamente di staccare lembi di indumenti carbonizzati rimasti attaccati alla pelle. Se ci sono ancora fiamme sull’infortunato, non usare acqua ma avvolgerlo in una coperta o in un telo per spegnere la fiamma. Più un’ustione di terzo grado è estesa, più le percentuali di sopravvivenza sono scarse.
La Folgorazione
La folgorazione, comunemente detta scossa, è il passaggio di una forte corrente elettrica attraverso il corpo.
Cosa fare?
Disattivare tutto l’impianto elettrico o togliere immediatamente la spina dell’apparecchio dalla presa, tenendo isolati i piedi e le mani prima di toccare la spina. Non toccare l’interruttore dell’apparecchio, poiché potrebbe essere la causa dell’incidente.
Posare i piedi su qualcosa di asciutto e isolante (uno spesso strato di giornali, un tappetino di gomma, lo zerbino, una cassetta di legno) o indossare delle scarpe con una spessa suola in gomma per allontanare la vittima dall’apparecchio, utilizzando il manico di una scopa o una sedia di legno. In alternativa, usare una spessa giacca rovesciata (di stoffa, lana o altri materiali tessili non di pellame) in modo da mantenere coperte le braccia, il petto e le mani. È consigliato indossare, se disponibili, robusti guanti in gomma o stoffa. Non usare nulla che sia umido o metallico e non toccare la persona a mani nude.
Chiamare l’1.1.2. e, nel caso perda coscienza, eseguire le manovre di B.L.S.
Epistassi
L’epistassi è la fuoriuscita di sangue dal naso, che può verificarsi per un trauma al setto nasale, scambio termico repentino o anche per forti emozioni.
Cosa fare?
Non utilizzare cotone emostatico per tamponare le vie nasali, non far soffiare il naso, non alzare il capo né tenere supino l’infortunato. Far sedere la persona con il capo in avanti rivolto leggermente verso il basso e applicare del ghiaccio creando poca pressione sulla base del naso sotto la fronte.
Congestione
La congestione digestiva è un disturbo che colpisce l’apparato gastrointestinale e si verifica più frequentemente in estate, a causa di un brusco sbalzo di temperatura nella zona dell’addome quando si entra in acqua.
Durante la digestione, il sangue è concentrato nella zona dello stomaco. Il consumo di una bibita ghiacciata quando si è molto accaldati, un colpo d’aria fredda o un bagno in mare dopo un pasto abbondante, fanno scattare una reazione di difesa da parte dell’organismo: il cervello, di fronte all’emergenza, cerca di dirottare il sangue verso di sé, allo scopo di mantenere la temperatura basale.
Il risultato è uno squilibrio circolatorio che causa, oltre all’interruzione del processo digestivo, una sorta di shock, che può avere conseguenze fatali.
I sintomi e segnali più comuni di una congestione possono essere:
◾Brividi e pelle d’oca;
◾Bruciori di stomaco;
◾Capogiri;
◾Nausea o conati di vomito;
◾Crampi addominali o allo stomaco;
◾Dolore addominale o alla bocca dello stomaco;
◾Flatulenza;
◾Lipotimia;
◾Mal di stomaco o mal di testa;
◾Nausea;
◾Pallore;
◾Pesantezza allo stomaco;
◾Stato di pre-sincope o stato confusionale;
◾Spossatezza;
◾Stomaco gonfio;
◾Sudorazione fredda;
◾Svenimento;
◾Visione offuscata.
Cosa fare?
I processi digestivi possono favorire il verificarsi di un’idrocuzione, perciò conviene entrare in acqua con calma e gradualmente per evitare qualsiasi rischio, bagnando pian piano le parti del corpo partendo dalle estremità (mani, piedi, viso) almeno per un paio di minuti prima di immergersi completamente. In questo modo, l’organismo avrà il tempo di abituarsi e adattarsi alla nuova temperatura.
Dopo aver svolto attività fisica intensa, aspettare qualche minuto prima di entrare in acqua, per permettere al corpo di raffreddarsi.
È comunque consigliabile ascoltare il proprio corpo e seguire le proprie sensazioni: se ci si sente sazi o appesantiti, è meglio aspettare un po’ prima di immergersi in acqua. Inoltre, bisogna prestare attenzione al fatto che i processi digestivi variano da persona a persona, a seconda di quanto e di cosa si è consumato e addirittura nel corso della stessa giornata si può impiegare più o meno tempo per completare la digestione.
Al primo segnale di malessere, occorre uscire dall’acqua e distendersi con le gambe appena sollevate rispetto alla testa e tenere calda la pancia, appoggiando le mani sull’addome per aiutare a ripristinare il processo digestivo. Può essere utile bere qualcosa di tiepido a piccoli sorsi, come ad esempio acqua a temperatura ambiente o camomilla. Sono assolutamente da evitare bibite alcoliche o ghiacciate e cibi ricchi di grassi e proteine.
Dopo circa un’ora, sono possibili manifestazioni residue, quali senso di stordimento e stanchezza ai muscoli e agli arti. Se la sintomatologia è più seria, conviene cercare un tempestivo soccorso medico.
Reazione Allergiche
Quando una persona ha una reazione allergica, i sintomi sono solitamente lievi. Tuttavia, nei casi più gravi, può aggravarsi ed arrivare allo stato di anafilassi, ovvero una reazione allergica improvvisa e potenzialmente letale che compromette la respirazione e la circolazione del sangue nell’organismo. Questa necessita di un trattamento immediato, spesso tramite un’iniezione di adrenalina, e si manifesta dopo alcuni secondi o minuti da quando il soggetto viene esposto all’allergene. Oltre queste tempistiche, il paziente potrebbe andare in shock anafilattico, che mette seriamente in pericolo la sua vita.
I sintomi di una reazione allergica lieve generalmente comprendono naso chiuso, starnuti, prurito (specialmente nella zona degli occhi), e arrossamento della cute (orticaria). In casi come questi, bisogna far allontanare il soggetto dall’agente allergene e, se necessario, somministrare una dose di antistaminico per via orale.
I segnali tipici di un caso di anafilassi, invece, sono molto più gravi, e spesso coinvolgono 2 o più organi. Questi possono essere:
◾problemi respiratori, con respirazione anomala (anche rumorosa) e gonfiore delle vie aeree;
◾prurito, arrossamento e/o gonfiore della pelle (specialmente nella zona del volto) o raffreddamento della cute;
◾tachicardia, perdita di coscienza, calo della pressione arteriosa;
◾crampi allo stomaco e diarrea.
A volte, potrebbe risultare complicato riconoscere rapidamente un’anafilassi, aumentando le probabilità di peggioramento delle condizioni del soggetto: perciò, è importante osservare se i sintomi insorgono e peggiorano velocemente e se l’infortunato presenta gravi problemi legati alle vie aeree, alla respirazione e alla circolazione.
Un trattamento efficace contro l’anafilassi è l’adrenalina, farmaco prescritto dal medico e contenuto in un auto-iniettore che viene usato da tutte quelle persone soggette a reazioni allergiche gravi, che, infatti, lo portano sempre con sé e sono in grado di utilizzarlo autonomamente, ma possono avere bisogno di aiuto in caso di necessità. L’auto-iniettore può essere a molla o elettrico e permette di somministrare l’adrenalina sia sulla pelle nuda sia attraverso i vestiti. Bambini e adulti hanno dosi di adrenalina diverse. Il punto più sicuro per la somministrazione è a metà della coscia, sul lato esterno, tra l’anca e il ginocchio.
Cosa fare?
In caso di reazione allergica grave, chiamare l’1.1.2. e procurarsi l’auto-iniettore di adrenalina. Seguire le istruzioni presenti sul dispositivo e procedere all’iniezione (alcuni di questi forniscono indicazioni vocali sul corretto utilizzo). L’auto-iniettore non può essere utilizzato se la soluzione è scolorita e quindi è possibile vedere il farmaco al suo interno oppure se la finestrella presente sopra di esso è di colore rosso.
Per praticare l’iniezione, tenere il dispositivo senza toccarne le estremità (poiché da una di queste fuoriuscirà l’ago) e rimuovere il cappuccio di sicurezza. Tenere ferma la gamba per tutta la durata dell’iniezione e premere con forza la punta dell’iniettore sulla coscia del paziente, tra l’anca e il ginocchio, mantenendolo in questa posizione per 3 secondi.
Al termine dei 3 secondi, estrarre l’iniettore in linea retta evitando di toccare la punta e sfregare la zona interessata dall’iniezione per circa 10 secondi. È importante prendere nota dell’ora in cui è stata somministrata l’adrenalina e smaltire correttamente gli aghi usati. Qualora i soccorsi avanzati dovessero tardare di oltre 10 minuti, valutare la somministrazione di una seconda dose di adrenalina, se disponibile.
Se la persona dovesse perdere coscienza, seguire le procedure di B.L.S.
Avvelenamenti
Per avvelenamento si intende la reazione provocata dall’introduzione nel nostro corpo di sostanze nocive attraverso le vie respiratorie (intossicazione da inalazione), la via gastroenterica (intossicazione da ingestione) o per contatto con cute, occhi o mucose, come quelle della bocca o del naso.
Le sostanze che possono causare avvelenamenti sono diverse, tra cui i farmaci da prescrizione o da banco, le droghe, i gas (specialmente monossido di carbonio), i metalli pesanti, le sostanze chimiche, le vitamine, gli alimenti, i funghi, le piante e il veleno degli animali. Quasi tutte queste sostanze possono risultare tossiche se ingerite in quantità eccessive.
I farmaci e le sostanze stupefacenti sono la fonte più frequente di avvelenamenti gravi e dei decessi ad essi correlati. Inoltre, l’avvelenamento è la più comune causa di incidenti domestici non letali soprattutto in presenza di bambini o anziani: data la loro naturale curiosità e tendenza a esplorare, i bambini piccoli sono particolarmente soggetti all’avvelenamento accidentale in casa, mentre gli anziani potrebbero fare confusione con i farmaci da assumere e il loro dosaggio.
L’avvelenamento può anche essere intenzionale in caso di omicidio o suicidio: la maggior parte degli adulti che si avvelena a scopo di suicidio assume vari farmaci mischiandoli con alcol.
La sintomatologia di un avvelenamento dipende dal veleno e dalla quantità assunta, nonché dall’età e dallo stato di salute del soggetto. Alcuni veleni non sono molto potenti e provocano problemi solo dopo prolungate esposizioni o ripetute ingestioni di grandi quantità, mentre altri sono così potenti che anche una sola goccia sulla cute può causare sintomi gravi. I sintomi di alcuni veleni si manifestano entro pochi secondi, mentre quelli di altri solo dopo ore, giorni o persino anni e possono variare in base agli organi coinvolti nell’avvelenamento.
In generale, i veleni privano di ossigeno le cellule del corpo oppure attivano o bloccano enzimi e recettori. La sintomatologia tipica può includere variazioni dello stato di coscienza, della temperatura corporea, della frequenza cardiaca e della respirazione.
Cosa fare?
Valutare le funzioni respiratorie, cardiovascolari e neurologiche dell’intossicato. Se le sue condizioni sono gravi, chiamare l’1.1.2. È possibile consultare anche il Centro Antiveleni più vicino per ottenere un consiglio da un esperto.
I contenitori di veleni e farmaci, eventualmente assunti dalla persona interessata (compresi i prodotti da banco), devono essere conservati e consegnati al medico o al personale di soccorso.
In caso di perdita di coscienza e/o arresto cardiaco, attivare le manovre di B.L.S.
Punture e morsi di Animali
Alcuni animali, come insetti, ragni o serpenti, possiedono dei meccanismi di autodifesa che si manifestano sotto forma di tossine iniettabili, morsi velenosi o colpi in grado di generare traumi. È molto improbabile che un animale attacchi spontaneamente l’essere umano, a meno che non venga disturbato, anche involontariamente, e quindi possa mettere in atto una risposta difensiva.
Gli effetti del veleno iniettato variano per ogni soggetto, sia in base al tipo di veleno (l’animale che l’ha iniettato, la sua tossicità, la quantità iniettata) sia rispetto alle condizioni fisiche della persona colpita, specialmente se è un soggetto a rischio di reazioni allergiche.
Ad esempio, una puntura di ape può produrre dolore, arrossamento e gonfiore temporanei nella zona interessata nella quasi totalità dei casi, ma in un soggetto allergico può provocare prurito, difficoltà respiratorie, tachicardia, stato confusionale e shock anafilattico.
Cosa fare?
Lavare con acqua la zona colpita dalla puntura e applicare del ghiaccio, senza rimuovere eventuali pungiglioni rimasti incastrati nella pelle, specialmente se con delle pinzette, che potrebbero far espellere piccole quantità di veleno ancora presenti nel pungiglione, peggiorando la situazione.
Monitorare il soggetto per almeno 30 minuti per assicurarsi che non vada in shock anafilattico. Qualora questo dovesse accadere, procedere seguendo le manovre di intervento spiegate in precedenza.
Nel caso di morsi di serpenti o ragni velenosi, contattare immediatamente un Centro Antiveleni per procurarsi l’antidoto, che può essere somministrato solo da parte di un medico in ospedale e non è reperibile in farmacia. Nel frattempo, far sdraiare l’infortunato, tranquillizzarlo e applicare un bendaggio compressivo sulla parte interessata dalla lesione per rallentare la circolazione venosa. Se necessario, è possibile immobilizzare l’arto colpito.