Lezione 6 – TRAUMATOLOGIA
La traumatologia, dal greco τραῦμα “ferita” e λόγος “studio”, è la branca della medicina che si interessa dello studio e della cura delle lesioni causate da traumi, ovvero quegli eventi lesivi violenti, rapidi e improvvisi la cui forza danneggia i tessuti e le ossa perché superano il proprio limite di resistenza, portandoli quindi alla rottura perenne o semi perenne e, nei casi più gravi, oltre ai danni locali si presentano anche altre patologie che possono condurre alla morte. La traumatologia, come l’ortopedia (con la quale ha stretti rapporti), è un ramo della chirurgia e richiede quindi una preparazione generale chirurgica. Infatti, la maggior parte dei progressi effettuati dalla traumatologia in quest’ultimo secolo sono dovuti a chirurghi che si sono particolarmente dedicati alle patologie dell’apparato locomotore.
Non tutti i tipi di traumi sono uguali: si distinguono traumi chiusi, quando i tessuti rimangono integri, e traumi aperti, quando i tessuti si interrompono e si crea un tramite tra l’esterno e le strutture interne dell’organismo. I traumi aperti sono più soggetti ad infezioni per contaminazione batterica, ma certamente sono più gravi quelli chiusi poiché meno appariscenti, e quindi spesso non permettono di riconoscere, almeno nelle fasi iniziali, lesioni importanti di organi interni.
Un’altra importante distinzione riguarda i traumi semplici e traumi gravi. Con traumi semplici si intendono tutti quelli che interessano gli arti e non prevedono altre complicazioni come le emorragie, mentre i traumi gravi sono quelli che riguardano lesioni a uno o più organi interni (trauma toracico, trauma addominale).
In casi di trauma, la tempestività del soccorso e la precocità dell’assistenza sono fondamentali per ridurre significativamente la mortalità e aumentare le probabilità di sopravvivenza. Inoltre, un soccorritore deve conoscere la traumatologia perché le manovre di intervento prevedono procedure differenti rispetto a quelle utilizzate nel B.L.S., che verranno spiegate nel dettaglio nella parte finale di questo capitolo.
Traumi a carico degli arti
I traumi a carico degli arti sono molto comuni, essendo causati, per lo più, da incidenti sportivi e stradali. Sono considerati traumi semplici, a meno che non comportino un’emorragia. Le tipologie più frequenti sono i traumi distorsivi, che coinvolgono le articolazioni (in particolare ginocchio e caviglia), e i traumi fratturativi alle ossa, ma anche un trauma penetrante può danneggiare le strutture muscolo-scheletriche.
Specialmente coloro che praticano sport di contatto sono più soggetti a subire questo tipo di lesioni. Gli incidenti della strada (soprattutto a bordo di motocicli) sono la causa dei traumi maggiori e più gravi.
Raramente i traumi del sistema muscolo-scheletrico rappresentano una minaccia per la vita, ma un appropriato e immediato trattamento può ridurre significativamente il dolore e le possibili conseguenze di inabilità del paziente in futuro. Queste lesioni possono verificarsi da sole o come parte di un politrauma, e si dividono in contusione, distorsione, lussazione e frattura.
Contusione
La contusione è una lesione traumatica delle parti molli o degli organi interni senza ferita della cute. Si possono distinguere:
◾ecchimosi: lesioni caratterizzate dalla rottura di piccoli capillari, con modesto stravaso ematico, mentre lo strato superficiale rimane integro;
◾ematoma: lesione in cui si ha la rottura di vasi sanguigni più grandi con conseguente emorragia significativa. La raccolta di sangue può rimanere circoscritta o infiltrare i tessuti circostanti;
◾abrasione: caratterizzata da micro rotture degli strati più superficiali dell’epidermide;
◾escoriazione: quando la discontinuità interessa gli strati più profondi e si accompagna a modeste lesioni vascolari.
Cosa fare?
Intervenire sul dolore dell’infortunato con impacchi di ghiaccio e pomate.
DIStorsione
Una distorsione è la fuoriuscita di un cavo articolare che ritorna nella sua sede. Interessa principalmente l’apparato locomotore ed è causata da traumi o contusioni delle ossa più sporgenti o da movimenti innaturali delle ossa mobili.
Le articolazioni interessate da una distorsione sono solitamente il ginocchio, il polso, il gomito e molto frequentemente la caviglia. I sintomi caratteristici sono gonfiore, dolore e sensazione di calore e possono presentarsi anche stiramenti o lacerazioni dei muscoli e dei cavi tendinei.
In una distorsione possono essere coinvolti anche i legamenti, cioè le fibre resistenti ma poco elastiche che legano tra loro le ossa contigue, impedendo che traumi e sollecitazioni eccessive arrechino danni alle articolazioni e facciano perdere la normale connessione tra le ossa.
I legamenti, se sottoposti a stiramenti rapidi che superano la massima resistenza tensile delle loro fibre, in un primo momento si stirano, poi si strappano ed infine si rompono. Le lesioni riportate possono essere di diverso grado in base all’entità del trauma:
◾Grado 0: trauma articolare in cui non si osserva alcun danno anatomico a carico dei legamenti;
◾Grado 1: trauma di lieve entità che provoca un danno a livello microscopico, senza interruzione di continuità;
◾Grado 2: trauma di media entità che provoca una rottura parziale del legamento con interruzione di alcune fibre;
◾Grado 3: trauma di grave entità che provoca la rottura completa del legamento.
Cosa fare?
Mettere immediatamente a riposo l’arto interessato, comprimere l’articolazione con un bendaggio rigido, applicare ghiaccio e pomate e, se il caso lo richiede, elevare l’arto per ridurre l’edema, ovvero il gonfiore di alcune parti del corpo dovuto ad un accumulo di liquidi fra gli spazi liberi di cellule e tessuti. Nella maggior parte dei casi bastano riposo e una fasciatura, mentre per alcune distorsioni più gravi si ricorre ad immobilizzare con un’ingessatura come per le fratture, ma raramente si ricorre all’intervento chirurgico per ricostruire i legamenti lesionati. Si ricorre all’operazione quando le condizioni legamentose potrebbero portare ad un’instabilità permanente dell’arto o alla nascita di complicazioni secondarie (artrosi, altri dolori).
lussazione
Una lussazione è uno spostamento permanente delle superfici articolari. La lussazione è detta completa se la perdita dei rapporti fra le due superfici è totale, quando invece resta un contatto parziale si parla di lussazione incompleta o di sublussazione.
Le lussazioni possono anche essere categorizzate in base alle cause che le hanno determinate: possono avere natura traumatica oppure possono essere congenite, ossia provocate da malformazioni già presenti alla nascita (un esempio tipico è quello dell’anca) o patologiche, per cui la causa della disarticolazione va ricercata in altre malattie.
Le lussazioni traumatiche sono quelle che avvengono più di frequente, specialmente durante gli sport di contatto come il rugby, il calcio o il basket. La lussazione della spalla è la più frequente delle lesioni traumatiche. Piuttosto comuni, poi, sono le lussazioni alle dita in sport come la pallacanestro e la pallavolo. Ma le alterazioni dei rapporti articolari possono essere provocate anche da incidenti in auto, moto o bicicletta e cadute durante la ginnastica o lo sci.
Una lussazione, nella maggior parte dei casi, si manifesta con sintomi quali gonfiore e arrossamento dell’area, che può risultare calda al tatto e provocare un dolore anche intenso.
Cosa fare?
Non tentare in alcun modo di riposizionare i capi articolari, ma chiamare l’1.1.2. e, nell’attesa, immobilizzare l’arto con massima cura ed evitando movimenti bruschi, lasciandolo nella stessa posizione in cui si trova al momento del trauma. Ad occuparsene deve essere esclusivamente il medico, in quanto il rischio, procedendo in maniera non corretta, è quello di provocare ulteriori lesioni. Inoltre, in contesti sportivi, gli atleti sono coperti da un’assicurazione che li protegge da eventuali danni.
L’intervento sulla lussazione deve avvenire nelle prime 24, massimo 48 ore dall’infortunio. In caso contrario, infatti, il rischio è che si formino delle cicatrici che richiederebbero un intervento chirurgico. Il riposizionamento dei capi articolari nella sede fisiologica, in alcune circostanze, può avvenire in seguito alla somministrazione di un anestetico locale.
Durante la fase acuta del trauma, è consigliabile applicare del ghiaccio sula zona colpita per ridurre l’infiammazione e il dolore. Infine, un consiglio per prevenire una lussazione quando ci si dedica a uno sport, soprattutto se di contatto, è quello di praticarlo in modo sicuro, indossando il giusto equipaggiamento protettivo.
frattura
Una frattura è la rottura parziale o totale della continuità di un osso. Se la frattura riguarda solo l’osso è detta isolata, mentre se coinvolge anche i legamenti è detta associata. Può essere di origine traumatica, patologica, da stress e da contrazione:
◾Fratture traumatiche: si manifestano quando il trauma è superiore alla resistenza meccanica dell’osso, che può rompersi nel punto esatto dove viene esercitata la forza oppure a distanza;
◾Fratture patologiche: si manifestano quando l’osso viene colpito da una patologia locale o generale, come ad esempio l’osteoporosi;
◾Fratture da stress: si manifestano a seguito di continue sollecitazioni dell’osso e sono tipiche degli sportivi;
◾Fratture da contrazione: sono causate da una violenta contrazione muscolare che provoca un distacco osseo.
Inoltre, le fratture possono essere classificate in:
◾fratture composte: i frammenti ossei rimangono nella loro posizione anatomica;
◾fratture scomposte: i frammenti ossei si spostano dalla loro posizione anatomica;
◾fratture chiuse: la cute rimane integra;
◾fratture esposte: la cute presenta una ferita con la fuoriuscita dei monconi ossei;
◾fratture complete: la frattura interessa tutto lo spessore dell’osso;
◾fratture incomplete: la frattura interessa soltanto una parte dell’osso;
◾fratture stabili: quando subentrano forze deformanti che impediscono il contatto fra i frammenti ossei;
◾fratture instabili: quando non subentrano forze deformanti;
◾fratture semplici: se la frattura si compone di 2 soli frammenti;
◾fratture pluri-frammentate: se la frattura si compone di più frammenti;
◾fratture comminute: se la frattura si compone di più fessure che separano i vari frammenti ossei;
◾fratture trasverse: se la fessura della frattura è disposta ad angolo retto rispetto all’asse longitudinale dell’osso;
◾fratture oblique: se la fessura della frattura forma un angolo minore di 90° rispetto all’asse longitudinale dell’osso;
◾fratture spiroidi: se la fessura della frattura forma una spirale;
◾fratture longitudinali: se la fessura della frattura è parallela all’asse longitudinale dell’osso;
◾fratture a legno verde: si verificano in un osso giovane, morbido ed elastico, che si piega ma non si rompe.
Cosa fare?
È importante valutare la gravità della lesione considerando la dinamica incidente, la quantità di dolore percepita dall’infortunato, la perdita di funzionalità dell’arto, rigonfiamenti e deformazioni, l’insorgenza di formicolio e l’esposizione dell’osso.
Chiamare l’1.1.2., immobilizzare l’arto manualmente o con stecche rigide se disponibili. Non sempre il punto di dolore corrisponde con il punto di rottura dell’osso, quindi è importante bloccare tutto il cavo articolare.
Se si tratta di frattura scomposta ed esposta, bisogna bendare la ferita con una garza sterile, così da impedire eventuali infezioni all’osso.
politrauma
Un politrauma indica che diversi sistemi di organi e strutture del corpo sono stati danneggiati: infatti, si parla di politrauma quando almeno una lesione o più lesioni combinate tra loro mettono in pericolo la vita, poiché il corpo umano subisce danni ingenti.
Le cause più comuni di politrauma sono gli incidenti stradali, ma anche quelli sportivi, professionali e domestici sono abbastanza frequenti. I politraumi possono interessare la pelle, le ossa, le articolazioni, i muscoli, i tendini, i tessuti e gli organi interni. I feriti subiscono fratture, ecchimosi, contusioni o rotture di organi e vasi sanguigni e spesso si verificano emorragie interne. Se non si interviene immediatamente, queste lesioni possono portare rapidamente alla morte.
Il trattamento dei feriti più gravi inizia già sul luogo dell’incidente e procede in diverse fasi:
Terapia d’emergenza e stabilizzazione del ferito sul luogo dell’incidente;
Trasporto in un centro traumatologico;
Trattamento in shock room (sala dotata di apparecchiature avanzate dedicata a pazienti in condizioni particolarmente critiche) da parte di un’équipe traumatologica specializzata;
Trattamento nel reparto di terapia intensiva.
Al termine delle indagini cliniche, il paziente è solitamente sottoposto a un trattamento chirurgico salvavita per riparare lesioni e bloccare emorragie. Una volta fuori pericolo e trasferito in terapia intensiva, dove è sottoposto a monitoraggio, si procede con eventuali interventi ortopedici.
A causa dell’alto tasso di mortalità, assume estrema importanza un soccorso tempestivo con team medico specializzato. I principali motivi che possono aggravare le condizioni di un paziente politraumatizzato sono l’ostruzione delle vie respiratorie, la riduzione del flusso sanguigno al cervello, le emorragie, una gestione impropria del trauma con diagnosi inaccurata e un mancato trasferimento in ospedali specializzati. La morte immediata si verifica nel 50% dei politraumatizzati, ma può sopravvenire anche entro 4 ore dal trauma (in ospedale), oppure tardivamente, a seguito di complicanze.
Traumi gravi
Un paziente con trauma grave riporta una o più lesioni fisiche la cui natura rappresenta un rischio immediato o potenziale per la sua sopravvivenza o potrebbe causare severe inabilità alle parti interessate dal trauma.
I traumi classificati come gravi sono il trauma toracico, il trauma addominale, il trauma cranico e il trauma alla colonna vertebrale. Questi ultimi due, in particolare, sono i peggiori, e spesso vengono trattati come un trauma unico, dato che il cranio e la colonna vertebrale sono collegati: di conseguenza, una persona che subisce un trauma cranico avrà probabilmente anche delle lesioni che interessano la colonna e viceversa.
Oltre il 50% delle vittime di traumi gravi muore entro le prime 24 ore, principalmente per shock emorragico e trauma cranico. L’obiettivo principale della catena di assistenza iniziale deve quindi essere quello di riconoscere e trattare queste situazioni il più rapidamente possibile, con l’obiettivo di ridurre la mortalità.
Quasi sempre, i pazienti che subiscono un trauma importante ma non immediatamente fatale hanno bisogno delle risorse di un centro ospedaliero specializzato: infatti, questi vengono trattati in appositi centri traumatologici, ovvero ospedali che dispongono di uno staff e di protocolli specifici per fornire immediatamente le cure ai pazienti gravemente traumatizzati.
Le situazioni che causano traumi gravi sono svariate, a partire da incidenti stradali o sportivi, cadute accidentali o colpi intenzionali, e da ognuna di queste dipende l’effettiva entità del trauma. Sicuramente, una delle dinamiche più frequenti riguarda gli incidenti sul lavoro: negli ultimi 10 anni, come dimostra uno studio pubblicato dall’Inail, il numero medio di vittime annue sul lavoro è di circa 1200. Per questa ragione, è fondamentale che, anche nei contesti lavorativi, vengano rispettate le norme di sicurezza e ci sia personale formato in materia, per intervenire prontamente e adeguatamente in casi di emergenza.
trauma cranico
Il cranio è costituito dalle ossa craniche, che accolgono e proteggono l’encefalo, e dalle ossa facciali. Le ossa del cranio e della colonna vertebrale costituiscono lo scheletro assiale: al suo interno, è situato il sistema nervoso centrale, comprendente cervello e midollo spinale.
Per trauma cranico si intende una lesione della testa che può causare un danno cerebrale. Può derivare da una lesione chiusa oppure da una lesione penetrante alla testa. Una lesione chiusa avviene quando la testa colpisce un oggetto ma l’oggetto non riesce ad attraversare il cranio. Una ferita penetrante avviene invece quando un oggetto perfora il cranio e penetra dentro il tessuto cerebrale. Le ferite penetranti possono essere:
◾ esterne: contusione del cuoio capelluto, affossamenti, ferite o fratture della calotta cranica con frammenti ossei o materiale cerebrale visibile, incrinatura dell’osso, oggetti che penetrano all’interno della testa. Talvolta le lesioni non si evidenziano, ma si manifestano con sanguinamento dal naso o dalle orecchie;
◾ interne: commozione cerebrale, contusione cerebrale, anossia cerebrale (insufficiente ossigenazione del cervello). Un trauma cranico può anche causare la rottura di un vaso sanguigno. Il sangue, in tal caso, fuoriesce e si raccoglie tra le ossa craniche comprimendo il cervello, formando un ematoma cerebrale.
Con un trauma cranico lieve, il paziente può rimanere in stato di coscienza o può perdere coscienza per pochi secondi o minuti. La persona può anche sentirsi confusa o disorientata per alcuni giorni o settimane dopo il danno iniziale. Altri sintomi sono:
◾cefalea (mal di testa);
◾confusione mentale;
◾sensazione di leggerezza alla testa;
◾eccessiva sonnolenza diurna;
◾visione doppia, visione confusa, oppure occhi stanchi;
◾ronzio all’udito;
◾cattivi sapori alla bocca;
◾fatica o letargia (stato di spossatezza con calo di energie, riduzione della vigilanza e dell’attività fisica e mentale);
◾cambio nei ritmi del sonno;
◾cambi nel comportamento o nell’umore;
◾problemi con la memoria, concentrazione, attenzione o pensiero.
I sintomi possono regredire o rimanere gli stessi: il peggioramento dei sintomi indica un danno progressivo, come un’emorragia intracranica oppure la formazione di un edema cerebrale, che, bloccando il flusso del liquido cefalo-rachidiano (fluido corporeo trasparente e incolore che si trova nel sistema nervoso centrale), porta a idrocefalo, segno e fautore di danni più gravi.
Con un trauma cranico moderato o grave, il paziente può mostrare gli stessi sintomi associati a:
◾perdita di coscienza;
◾cambiamenti nella personalità;
◾mal di testa forte e persistente;
◾vomito ripetuto o nausea;
◾crisi epilettiche;
◾impossibilità a svegliarsi;
◾midriasi, cioè dilatazione oppure paralisi di una o di entrambe le pupille;
◾disfasia: voce alterata, impastata, incomprensibile;
◾debolezza, formicolio o addormentamento delle estremità;
◾perdita nella coordinazione, e/o aumento della confusione, inquietudine o agitazione.
I neonati con trauma cranico moderato o grave possono mostrare alcuni dei precedenti sintomi e altri specifici dei lattanti, come:
◾pianto persistente;
◾impossibilità a essere consolati;
◾rifiuto a bere, essere allattati o mangiare.
Cosa fare?
È fondamentale mantenere la calma e valutare le condizioni del soggetto.
Per prima cosa, bisogna chiamare l’1.1.2. e descrivere all’operatore i suoi sintomi e, se si conosce, la dinamica che ha causato il trauma.
Se la persona è cosciente, tranquillizzarla e mantenerla sveglia parlandoci in attesa dei soccorsi, facendola sdraiare in posizione supina. Inoltre, è possibile immobilizzare il capo, utilizzare del ghiaccio sulla testa per aumentare la vasocostrizione e medicare o tamponare le ferite senza togliere oggetti conficcati o spostare frammenti ossei. È assolutamente necessario evitare movimenti incauti del capo e della colonna cervicale.
Se la persona non è cosciente, seguire le procedure di B.T.L.S. (che verranno spiegate alla fine di questo capitolo).
Solo se assolutamente necessario, spostare l’infortunato per allontanarlo da una zona di pericolo, mantenendo testa e collo allineati. Solo i soccorritori professionisti dispongono di strumenti necessari per un appropriato spostamento del ferito.
Non somministrare bevande, soprattutto se alcoliche, o cibo, e, in caso di incidente motociclistico, non rimuovere per nessun motivo il casco.
trauma della colonna vertebrale
La colonna vertebrale, detta anche spina dorsale, è l’asse di sostegno del corpo umano. Oltre a questa funzione, la colonna vertebrale assolve anche una funzione protettiva e una motoria. Infatti, essa protegge il midollo spinale ed evita che urti o vibrazioni arrechino danni al nostro corpo, e, grazie alle sue articolazioni, permette di farci muovere.
I costituenti fondamentali della colonna vertebrale sono le vertebre, il cui numero corrisponde a 33/34: 7 cervicali, 12 toraciche, 5 lombari, 5 sacrali, 4/5 coccigee. Quest’ultime sono di numero variabile poiché non sempre subiscono processi di fusione nel corso dell’età adulta, che non necessariamente si verificano in tutti gli individui.
Il midollo spinale, contenuto all’interno della colonna vertebrale, è deputato a condurre tutti gli stimoli motori dal centro alla periferia del sistema nervoso, e tutti gli stimoli sensoriali dalla periferia al centro.
Azioni come un tuffo di testa o una caduta dagli scogli in acqua bassa possono essere causa, oltre al trauma al cranio, anche del trauma alla colonna vertebrale, specialmente alle vertebre cervicali. I traumi della colonna vertebrale consistono spesso in un’invalidità permanente come tetraparesi spastica, paraparesi, paraplegia e tetraplegia.
I sintomi tipici di un trauma alla colonna vertebrale sono dolore a testa, collo o dorso, formicolio, intorpidimento o insensibilità agli arti, respirazione diaframmata (espansione maggiore dell’addome rispetto al torace) e bradicardia.
Cosa fare?
Chiamare l’1.1.2. e ricordarsi di non muovere l’infortunato e di tenerlo cosciente parlandoci.
Se il soggetto non è cosciente, iniziare le manovre di B.T.L.S.
trauma al torace
Il torace è la porzione del tronco racchiusa dalla gabbia toracica e delimitata inferiormente dal diaframma. La gabbia toracica è formata da dodici paia di costole che si articolano posteriormente con la colonna vertebrale e anteriormente con lo sterno tramite le cartilagini costali. Le costole sono collegate tra loro tramite i muscoli intercostali, che, assieme al diaframma, costituiscono i principali muscoli respiratori.
All’interno della cavità toracica sono contenuti diversi organi e strutture fondamentali per la sopravvivenza, tra cui cuore, polmoni e grossi vasi sanguigni.
Un trauma toracico consiste in una lesione più o meno grave del torace, dovuta sia a contusioni sia a ferite penetranti. Il trauma toracico è una causa frequente di disabilità ed è associato a una mortalità significativa, dal momento che è la terza causa di morte dopo il trauma cranico e dopo le lesioni al midollo spinale.
Le lesioni più comuni che si riscontrano al torace possono essere di tre tipologie:
◾Contusione: danneggiamento dei tessuti superficiali, fratture dello sterno, coste e cartilagini. Il petto viene colpito da un oggetto in movimento oppure va a schiantarsi contro una struttura fissa. In questo tipo di traumi è frequente che la persona, rendendosi conto che il colpo è imminente, involontariamente inspira e chiude la glottide, favorendo così uno pneumotorace;
◾Schiacciamento: lesione grave dovuta ad un forte impatto (urto con scogli, caduta dall’alto, frane). In certe situazioni, quando la persona trattiene la respirazione, chiude la glottide e contrae i muscoli del petto. Come risultato di ciò, la pressione polmonare sale in modo eccessivo. Nel momento della collisione, l’energia dello sforzo pressorio fa sì che la pressione aumenti ancora di più, causando la rottura del parenchima polmonare e dei bronchi dando come esito lo pneumotorace.
◾Trauma Penetrante: oggetto che penetra nel torace. Lesioni a carico dei polmoni, cuore o grossi vasi. I sintomi di un trauma toracico sono asfissia / ipossia, cianosi al collo e al volto (ovvero una colorazione bluastra della cute dovuta a insufficiente ossigenazione del sangue), tosse, aumento degli atti respiratori, diminuzione dell’espansione toracica e nella zona di lesione, dolore localizzato nella sede della lesione e tachicardia.
Cosa fare?
Chiamare l’1.1.2. e mantenere sveglio l’infortunato. Non rimuovere gli oggetti conficcati o tamponare le ferite.
In caso di ferita penetrante, fissare un telo plastificato tutto intorno alla ferita con un cerotto, lasciando un angolo libero: in questo modo, si mantiene la respirazione anche in caso di pneumotorace.
Se la persona è incosciente, eseguire le procedure di B.T.L.S.
trauma addominale
La cavità addominale contiene due tipi di organi:
◾Organi solidi: fegato, milza, pancreas. Lesionando questi organi, le possibilità di sopravvivenza dell’infortunato sono molto basse.
◾Organi cavi: stomaco e intestino.
Le lesioni addominali possono derivare da:
◾Trauma chiuso: per schiacciamento degli organi interni o per strappamento degli organi interni o vasi sanguigni. Questo trauma porta lesioni molto gravi, che possono compromettere la vita della persona.
◾Trauma penetrante: oggetti che penetrano o lacerano la parete addominale e gli organi, e si verifica una grossa fuoriuscita di sangue e altri liquidi.
I principali sintomi e segnali di un trauma addominale sono lacerazioni evidenti e ferite penetranti, vomito con emissione di sangue, dolore alla palpazione delle aree colpite, contrazione addominale nella respirazione, tachicardia e atti respiratori accelerati e forte stato di agitazione.
Cosa fare?
Chiamare l’1.1.2. e mantenere sveglio l’infortunato senza togliere eventuali oggetti conficcati nell’addome e senza fornire alcun tipo di bevanda.
In caso di fuoriuscita degli organi interni, non cercare di rimetterli in sede, ma coprirli con garza sterile imbevuta di soluzione fisiologica.
Se il soggetto è incosciente, effettuare le manovre di B.L.S.
Emorragie
Per emorragia si intende la perdita improvvisa e intensa di sangue dai vasi sanguigni (arterie, vene, capillari). Le emorragie possono verificarsi quasi ovunque nel corpo e spesso sono associate a traumi o eventi patologici importanti. Quelle più pericolose sono quelle derivanti dalla lesione di una vena o di un’arteria. Generalmente, le emorragie si presentano come conseguenza di ferite profonde o penetranti, ovvero quando un oggetto contundente incontra un vaso sanguigno e ne provoca la lacerazione.
Le ferite sono lesioni con interruzione della contiguità della cute che possono interessare anche i muscoli e i vasi sanguigni. Solitamente, si riconoscono diverse tipologie di ferite: abrasioni, escoriazioni, ferite da taglio (hanno margini quasi rettilinei), ferite da punta (sono di piccolo diametro ma profonde) e ferite lacero-contuse (quando la cute e i tessuti si rompono dando luogo a lesioni irregolari).
A seconda della profondità a partire dalla superficie, le ferite si distinguono in:
◾superficiali: interessano solamente la barriera cutanea (epidermide e derma) o la mucosa;
◾profonde: interessano anche i tessuti sottostanti (tessuto adiposo, fascia, tessuto muscolare);
◾penetranti: se mettono in comunicazione l’esterno con la cavità toracica, addominale o cranica (in questo caso, non bisogna assolutamente cercare di rimuovere l’oggetto penetrante).
Oltre al trauma, ci sono condizioni di salute che aumentano significativamente il rischio di emorragia grave, come, ad esempio, patologie quali il cancro, il diabete, l’ipertensione o malattie vascolari.
Una grave emorragia, soprattutto se arteriosa, costituisce un’urgenza assoluta e solo un intervento immediato del primo soccorritore può salvare la vita dell’infortunato. La gravità di una emorragia dipende da quanto sangue sia dalla entità sia dalla durata della perdita di sangue. La morte per emorragia può verificarsi velocemente se la perdita di sangue è rapida. Se la quantità di sangue perso supera il litro, si può verificare uno stato di shock. I sintomi dipendono dalla sede dell’emorragia, e in genere si accompagnano a polso accelerato, sete con nausea, vomito, vertigini, offuscamento della vista, pelle fredda e sudata.
Se il sangue si riversa all’interno del corpo, si parla di emorragia interna, mentre se fuoriesce all’esterno del corpo si ha un’emorragia esterna. A seconda della componente interessata, si può parlare di emorragia arteriosa, venosa o capillare.
emorragia arteriosa
In un’emorragia arteriosa, il sangue fuoriesce “a spruzzi”, in sincronia con il battito cardiaco, ed ha un colore rosso vivo, dovuto alla particolare ricchezza di ossigeno.
Cosa fare?
L’intervento deve essere tempestivo, poiché la quantità di sangue è, solitamente, molto elevata.
Se l’emorragia non è molto abbondante, è sufficiente tamponarla con una garza sterile o un fazzoletto pulito per circa 3 minuti, dopo aver disinfettato la zona interessata. Se invece la perdita di sangue è vasta, è necessario chiamare l’1.1.2. e, nell’attesa dell’arrivo dei soccorsi avanzati, fare delle compressioni sulle arterie al di sopra della ferita, per rallentare o addirittura bloccare la fuoriuscita di sangue. Il punto di compressione deve sempre collocarsi tra la ferita e il cuore.
Un primo soccorritore non può utilizzare il laccio emostatico: questo compito spetta solo al personale sanitario.
emorragia venosa
Un’emorragia venosa è riconoscibile perché il sangue che fuoriesce è di colore scuro e fluisce lentamente in modo continuo e uniforme lungo i bordi della ferita.
Cosa fare?
Le emorragie venose si possono arginare, dopo una buona disinfezione, ponendo sulla ferita una garza sterile o un fazzoletto pulito e tamponando. Può anche essere utile applicare una fasciatura intorno alla zona di fuoriuscita del sangue, che non deve essere troppo stretta per non rischiare di arrestare la circolazione. Se la parte interessata è un arto, lo si può alzare al di sopra del livello del cuore per far diminuire l’afflusso di sangue.
Se la ferita è molto profonda, si necessita un soccorso medico avanzato.
emorragia capillare
Un’emorragia capillare interessa i vasi sottocutanei e superficiali ed è la meno grave fra le tre tipologie. In questo caso, il sangue è di colore rossastro e fuoriesce a gocce intorno alla lesione.
Se non si verifica una lacerazione della cute, provoca un ematoma (sangue che si raccoglie sotto l’epidermide), mentre sulla pelle compare un’ecchimosi, ossia una macchia che è inizialmente di colore rosso, poi, con il passare delle ore, diventa violacea e infine giallastra, per poi scomparire.
Cosa fare?
Per curare l’ematoma è sufficiente porre una borsa del ghiaccio sulla parte interessata per generare una vasocostrizione. In caso di lacerazione della cute, è utile sciacquare con acqua fredda e raffreddare con ghiaccio.
Se la zona contusa è un arto, è consigliabile sollevarlo più in alto del corpo per attenuare l’emorragia, tamponare con una benda sterile e, dopo aver disinfettato la ferita con acqua ossigenata o un altro disinfettante, applicare una fasciatura.
PUNTI DI PRESSIONE
In situazioni in cui la pressione diretta o il sollevamento dell’arto interessato non sono possibili o si rivelano inefficaci e c’è rischio di dissanguamento, è possibile ricorrere a degli specifici punti di pressione con l‘obiettivo di comprimere le arterie che irrorano il punto del sanguinamento. I principali punti di compressione sono:
◾Arteria succlavia: per le emorragie della spalla. Comprimere con la punta delle dita dietro alla clavicola, spingendo l’arteria succlavia in basso sulla prima costa;
◾Arteria ascellare: per le emorragie del braccio (dalla spalla al gomito). Comprimere con i due pollici paralleli al centro dell’ascella abbracciando la spalla con le altre dita incrociate;
◾Arteria omerale (braccio e gomito): per le emorragie della parte finale del braccio e del gomito. Sollevare il più possibile il braccio dell’infortunato mentre con le dita si comprime sul lato interno del braccio, a metà altezza, sotto al muscolo bicipite, comprimendo l’arteria sull’omero;
◾Arteria omerale (avambraccio e mano): per le emorragie dell’avambraccio (dal gomito al polso) e della mano. Si comprime con i due pollici tenuti paralleli nella piega del gomito, mentre con le altre dita incrociate si abbraccia il gomito stesso;
◾Arteria femorale: per le emorragie della coscia. Premere con tutto il peso del corpo, con il pugno chiuso ed il braccio teso nella piega inguinale, mantenendo le dita parallele alla piega ed il braccio teso in direzione del bacino e non perpendicolarmente al terreno;
◾Arteria poplitea: per le emorragie della gamba (dal ginocchio alla caviglia) e del piede. Premere con i pollici paralleli all’interno della piega del ginocchio abbracciando contemporaneamente il ginocchio stesso con le altre dita incrociate.